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Fontana delle Najadi
Rione di Castro Pretorio

L’11 settembre 1870 le truppe italiane concentrate in Umbria varcarono il confine dello Stato pontificio e diedero inizio alla spedizione che, culminata dopo qualche giorno nella presa di Roma, avrebbe messo fine al regno temporale dei Papi. Solo poche ore prima Pio IX, Mastai Ferretti, aveva inaugurato la Fontana delle Naiadi, concepita come mostra della riconduzione a Roma dell’Acqua Marcia, che fin dal II a.C. aveva alimentato l’Urbe con le acque dell’Aniene.
La fontana-mostra venne installata inizialmente a circa 80 metri di distanza dalla posizione attuale, in quella che allora era chiamata piazza Termini, tra la via delle Terme di Diocleziano ed il viale Luigi Einaudi. Nel 1885, ultimata la sistemazione della via Nazionale e la costruzione dei due palazzi di Gaetano Koch in corrispondenza dell’antica esedra delle terme, la fontana, in base al progetto di Alessandro Guerrieri, fu trasferita dove sorge oggi, al centro di quella che negli anni ’50 del secolo scorso è stata rinominata piazza della Repubblica, anche se molti romani continuano a chiamarla «piazza Esedra».
La struttura della fontana era molto semplice: una serie di vasche poste ad altezze diverse e disadorne, tanto che in occasione della visita ufficiale dell’imperatore tedesco Guglielmo II, nel 1888, vi furono temporaneamente collocati, per arricchirla, quattro leoni di gesso. Nel 1901 lo scultore siciliano Mario Rutelli, nonno di Francesco Rutelli, che sarà sindaco di Roma durante il Giubileo del 2000, realizzò le quattro ninfe acquatiche che le danno il nome: la Naiade degli oceani, la Naiade dei fiumi, la Naiade dei laghi e la Naiade delle acque sotterranee. Le giovani Naiadi, completamente nude e bagnate dall’acqua, per parecchio tempo furono ritenute offensive del pudore e additate dai nostalgici del governo pontificio come esempio della licenziosità dei costumi di coloro che lo avevano sostituito.
Nel 1912 lo stesso Rutelli, che nella città eterna realizzò anche il monumento ad Anita Garibaldi sul Gianicolo, una delle Vittorie del Vittoriano ed il monumento a Nicola Spedalieri vicino alla Chiesa Nuova, completò la fontana con il gruppo del Glauco. La divinità del mare serra tra le braccia un delfino e, lasciandosi alle spalle la struttura fine ottocentesca dei palazzi del Koch, guarda verso la Basilica di Santa Maria degli Angeli, ricavata dal «tepidarium» delle terme imperiali ad opera di Michelangelo, quasi a sottolineare una contrapposizione tra mito e fede. Certo è che l’ispirazione mitologica rivela la volontà di marcare uno strappo netto con il passato; non a caso proprio nel periodo a cavallo tra ‘800 e ‘900 a Roma era assessore ai beni culturali Ernesto Nathan, un mazziniano nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, che nel 1907 sarebbe diventato sindaco della città, facendone approvare il primo piano regolatore.

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